a
San Giovanni
Sulla strada di
Vasto ci fermiamo ai Trabocchi
Dopo aver
passato Ortona ci avviciniamo alla famosa Rocca di San Giovanni
Teatino, situata in
bella posizione
sull’apice di uno sperone roccioso che mostra i tratti dell’antica
cinta muraria e dell’antica torre medievale. Nell’alto Medioevo, il
Paese fu possesso di alcune famiglie della nobiltà franco-longobarda,
e in seguito fu interessato alla colonizzazione benedettina entrando
a far parte del patrimonio dell’Abbazia di San Giovanni in Venere.
Il suo nome deriva dall’utilizzo che i monaci ne fecero: una rocca
munita di torri e alte mura in cui rifugiarsi durante le scorribande
dei Saraceni, molto frequenti all’epoca. Verso la metà del 1500 subì
la decadenza dell’Abbazia e a fine ‘700 fu reintegrata nel Regio
Demanio. Il Paese attuale, dedito soprattutto all’agricoltura con un
invidiabile territorio che si affaccia sul mare, si presenta come
uno dei posti più suggestivi e caratteristici dell’intera costa
adriatica grazie alla presenza dei centenari trabocchi che
abbelliscono le sue scogliere. Noi oggi non saliamo su alla rocca ma
ci manteniamo lungo l'Adriatico per fare visita ai due meravigliosi
Trabocchi ricostruiti fedelmente sul ciglio del muraglione che
delimita un porticciolo di barche. Questa zona è divenuta, nella
seconda metà del XVII secolo, la patria della famosa famiglia dei
Verì, venuti probabilmente dalla Francia, abilissimi artigiani,
esperti in guadi dei fiumi chiamati pontuaroli per l’abilità nel
gettare passerelle. Si insediarono in un ambiente suggestivo e
selvaggio mentre, contemporaneamente, un altro nucleo familiare
proveniente dalla Germania, una comunità di tessitori, cardatori,
funai, dedita ai piccoli commerci, occupava un sito adiacente.
Questi ultimi cominciarono a chiamare “virr” le famiglie di origine
francese, per la vita disordinata che conducevano. Dalla
deformazione fonetica e lessicale di “virr” si arrivò a Virì e
presto a Verì. I Verì, rudi, di notevole stazza fisica, fortissimi,
audaci, rissosi, non sapevano navigare, nè nuotare, ma erano geniali
“pontieri”. Gettarono ardite

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Trabocco
passerelle
sull’acqua, di scoglio in scoglio, e le prede erano
abbondantissime. Divennero anche abili fiocinatori e
arpionatori e, essendo in grado di lavorare il ferro e il
legno, arricchirono l’impalcato iniziale in legno con
diagonali semplici o con croci di S. Andrea. Provarono poi a
portare delle travi fuori dall’impalcato a cui appendere le
reti, ma i materiali non erano idonei e mostravano scarsa
resistenza agli agenti atmosferici. Le travi marcivano, le
funi avevano poca tenuta, le reti dovevano essere sostituite
frequentemente. Finalmente scoprirono le querce e i lecci,
ma non di rado, nonostante la costruzione migliori, sotto il
peso delle reti e del pescato, la struttura crollava e
bisognava ricominciare da capo. Un evento importante, la
costruzione della ferrovia, assicurò l’arrivo di nuovi
materiali e nuove tecnologie e l’utilizzo del filo di ferro.
La struttura del trabocco cominciò a cambiare, a diventare
più leggera, i componenti più esili. Oggi il trabocco ormai
è solo un elemento d’arredo della costa del paese di Rocca
San Giovanni, e raramente è possibile incontrare qualche
vecchio pescatore calare e issare le reti. |
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